"Io voglio vivere": il soffocato grido per sopravvivere ad Auschwitz

Liliana Segre da bambina col padre

Una sala gremita di persone di ogni età ha ascoltato con composta e silente partecipazione la storia di Liliana Segre, ormai nonna quasi ottantenne, deportata ad Auschwitz alla tenera età di tredici anni.

Tante le sue domande che ancor oggi non trovano una risposta, tanti i perchè che si sono susseguiti nella sua vita in una colpevole indifferenza, più colpevole della violenza stessa.

"Facevo parte di un incubo della storia - racconta Liliana Segre - e il tatuagio sul mio braccio, il 75190, lo porto con grande onore perchè è la vergogna di chi l'ha fatto. Tante volte avrei potuto cancellarlo ma, io, prima sono il 75190 e poi Liliana Segre; perchè il "numero" è impresso nell'anima, prima che sulla pelle.".

Una scelta di vivere e di vita, di andare avanti ripercorrendo i momenti belli e felici della sua breve esistenza ha aiutato Liliana Segre a sopravvivere in quell'orrore e, solo una volta nonna, a raccontare non con più odio ma con grande pena la disperazione, la morte, l'orrore, i calci, i pugni, gli insulti e le umiliazioni di quei giovani tedeschi, assassini.

Al momento della liberazione un'occasione: la pistola dell'elegante comandante dell'ultimo campo cade ai suoi piedi. Raccoglierla e vendicarsi? No! Liliana  Segre sceglie di non essere come il suo assassino. "Scelsi allora di essere la donna libera e di pace che sono anche adesso!".

Davvero una "grande" donna!